L’acquisizione dell’Hotel Savoy di Roma da parte di Isrotel è una delle operazioni più rilevanti viste negli ultimi mesi nel mercato alberghiero della Capitale. I numeri bastano a spiegarlo: 68 milioni di euro per l’acquisto di un hotel da 130 camere in Via Veneto e altri 30 milioni di euro annunciati per la riqualificazione e il rilancio sotto il brand Aluma, la piattaforma internazionale del gruppo. In termini concreti, significa un investimento vicino ai 100 milioni di euro e un prezzo di acquisto di circa 523.000 euro per camera. Non è un deal da gestione ordinaria. È un deal da trasformazione. 

La logica industriale dell’operazione è chiara. Isrotel non entra a Roma con un acquisto secondario, ma con un asset riconoscibile, in una delle micro-location più note della città, e con un progetto di riposizionamento già definito. Aluma, del resto, è il marchio con cui il gruppo sta costruendo la propria presenza internazionale fuori da Israele. Il Savoy, quindi, non è solo un hotel in più in portafoglio: è un ingresso strategico in una piazza ad alta visibilità. 

Anche il contesto di mercato rende il deal coerente. Secondo EY, Roma è stata nel 2025 la prima città italiana per investimenti alberghieri, con 630 milioni di euro, pari al 25% del totale nazionale. HVS rileva inoltre che nel 2024 il mercato romano si è stabilizzato con occupazione sopra il 70% e tariffe medie circa il 30% superiori ai livelli del 2019 in termini reali. Questo significa che il Savoy non viene acquistato in un mercato debole da rilanciare, ma in una città già forte, dove il valore si crea soprattutto attraverso la qualità del prodotto e dell’esecuzione. 

Il primo vero punto di forza del deal è l’asset. Via Veneto resta un indirizzo con peso simbolico e commerciale. In hotel di questo livello, la location non è un dettaglio: è una parte decisiva del valore. Il secondo punto di forza è il tipo di strategia scelta. Isrotel non compra il Savoy per conservarlo così com’è, ma per ripensarlo, riallinearlo e riportarlo sul mercato con un posizionamento più forte. È esattamente la logica che oggi domina il capitale più evoluto: non limitarsi a possedere l’immobile, ma creare valore attraverso capex, brand e riposizionamento. Non a caso, secondo EY, nel 2025 il 62% delle transazioni alberghiere in Italia ha avuto profilo value-add. 

Fin qui, quindi, il giudizio è positivo. Ma proprio perché l’operazione è forte, non è un’operazione facile. Il primo punto di attenzione è l’esecuzione. Quando tra acquisto e riqualificazione ci si avvicina ai 100 milioni di euro, non basta fare un buon lavoro: bisogna fare un lavoro eccellente. Tempi, costi, qualità architettonica, livello del servizio, posizionamento commerciale e strategia tariffaria dovranno essere perfettamente allineati. In operazioni di questa dimensione il rischio non è solo spendere molto. Il rischio è spendere molto senza produrre un salto di qualità abbastanza evidente da essere riconosciuto dal mercato. Questa è una valutazione analitica, ma è direttamente coerente con la struttura economica del deal. 

Il secondo punto di attenzione è la natura dell’immobile. Le fonti pubbliche descrivono il Savoy come una proprietà storica soggetta a tutela. Questo aumenta il fascino dell’asset, ma riduce anche la libertà di intervento. In casi come questo il valore non si crea semplicemente rinnovando gli spazi. Si crea trovando il punto giusto tra modernizzazione e identità. Se il progetto sarà troppo conservativo, rischierà di non cambiare abbastanza. Se sarà troppo aggressivo, rischierà di perdere ciò che rende l’hotel riconoscibile. È qui che si gioca la qualità vera dell’operazione. 

C’è poi un terzo tema, probabilmente il più concreto di tutti: il posizionamento finale. Il rischio classico dei grandi repositioning urbani non è il fallimento evidente, ma il risultato intermedio. Un hotel può essere rinnovato bene, ma non abbastanza. Può essere più moderno, più costoso, più ordinato, ma non ancora davvero distintivo. Se il Savoy riaprirà come un hotel semplicemente migliore, l’operazione sarà buona. Se riaprirà come un hotel chiaramente ripensato, con un’identità forte e un posizionamento inequivocabile, allora potrà diventare un caso di successo vero. In questo tipo di deal la differenza tra buona operazione ed eccellente operazione non sta nell’acquisto. Sta tutta nel risultato finale. 

Anche i soggetti coinvolti confermano il livello dell’operazione. Deloitte Legal ha assistito Isrotel sugli aspetti societari, contrattuali e legali con un team coordinato da Magda Serriello e composto, tra gli altri, da Barbara Pontecorvo, Emiliano Russo, Silvia Redaelli, Giuseppe Oppedisano e Valentina Cesaretti Salvi. Studio Signori ha seguito la due diligence fiscale e contabile e gli aspetti societari, fiscali e finanziari con un team coordinato da Simone Amati e composto da Gabriele La Licata e Giacomo Cesarei. Il coordinamento interno per Isrotel è stato affidato ad Asaf Beck, general counsel & business development manager del gruppo. È la struttura tipica di una transazione complessa, non di un acquisto ordinario. 

Il giudizio finale, quindi, deve essere netto. Il Savoy è un’acquisizione forte: per qualità dell’asset, per coerenza strategica dell’acquirente e per solidità del mercato romano. Ma non è un’operazione che si può considerare vinta in partenza. Il prezzo, il nome, la location e il brand raccontano solo l’inizio. La vera misura del deal arriverà dopo, quando il progetto sarà completato e il mercato potrà valutare il prodotto finito. Perché negli hotel storici di fascia alta non basta comprare bene. Bisogna restituire al mercato un asset più forte di quello che si è acquistato. 


Per assistenza sui deal in Italia: https://www.hotelmanagementgroup.it

Per contatti riservati: r.necci@robertonecci.it 


Roberto Necci 

Approfondisci ulteriormente l'operazione Savoy sul blog https://www.robertonecci.it/it/news/3401/hotel-savoy-roma-l-acquisizione-che-mostra-cosa-manca-agli-investitori-italiani.html

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